Sardi per caso, sardi per scelta

DOMENICA 29 APRILE 2012 10:21

Questo articolo scritto dall’intelligente penna di Gabriella Saba è uscito su D di Repubblica venerdì scorso ed è assai interessante, soprattutto per i sardi. Racconta di un cosiddetto “angolo di Svezia” in Sardegna, cioè del fenomeno degli stranieri del nord Europa che stanno venendo ad abitare nei piccoli comuni del Montiferru sardo. Il fenomeno è in corso da anni (nel 2008 ne scrissi anche in Viaggio in Sardegna), ma nell’isola la lezione che impartisce non sembra che la stia imparando nessuno. Chi nasce nei piccoli paesi dell’interno resta ancora convinto di essere la periferia dell’impero e se gli chiedi di descriverti il suo paese ti dice che “non c’è niente”, comprendendo sè medesimo in questo auto-annichilimento. Invece gli svedesi che vengono a vivere qui ci insegnano una cosa importante: per essere sardi non basta più nascere in Sardegna, ma smettere di pensare a sè stessi come a una desolazione civile. In una nazione dove il tasso di natalità è inferiore a un figlio per donna, il futuro si giocherà necessariamente sull’allenza tra i sardi per caso e i sardi per scelta. (MICHELA mURGIA)


Allo svedese Stefen Wiberg mancano, della sua terra, il porridge per la colazione, il pane scuro e soprattutto il caffè (“Ah, il caffè svedese!”, sospira), ma per il resto Sennariolo gli piace così tanto che ci ha comprato una casa in cui è andato a vivere. Già da parecchi anni Stefan aveva venduto le sue aziende ad Halmstad e sognava di trovare un posto silenzioso nel Mediterraneo in cui girare in bicicletta. Così, quando un amico gli parlò della Sardegna, lui vagò su internet e scoprì questa zona, che lo entusiasmò già a distanza. Stefan Wiberg ha 63 anni e pallidi occhi azzurri dietro gli occhiali dalla montatura rossa. La casa invece è gialla, un open space con un arco in pietra, nature morte alle pareti e finestre piene di luce. Dalla terrazza con gli alberi di limoni si vedono le valli coperte di olivastri e macchia mediterranea. “Questa zona è così bella”, si commuove, “e poi il silenzio, le greggi…”. Quattro volte alla settimana inforca la bici e percorre un centinaio di chilometri in mezzo alla campagna. A giugno, annuncia con un sorriso, si sposerà con la sua insegnante di italiano, motivo in più per fargli ribadire: “Io, da Sennariolo non me ne vado”.

Stefan è soltanto uno delle varie centinaia di stranieri che, negli ultimi anni, si sono stabiliti nel Montiferru: piccola zona nella Sardegna centro-occidentale vicina al mare e alla montagna. Otto paesini in gran parte in pietra i cui centri storici sono stati quasi completamente ristrutturati, con case colorate e alberghi ricavati nelle antiche abitazioni, ristorantini d’alto standard e una decisa vocazione alla sostenibilità. Niente di patinato, in realtà. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, hanno cominciato ad arrivare stranieri da tutto il mondo. Comprano casa e si stabiliscono qui, oppure vanno e vengono. Nella sola Sennariolo, 190 anime, ce ne sono circa 50. Il sindaco Francesco Paolo Angioi ci mostra le loro case mentre ci guida nelle stradine tappezzate di sanpietrini e basalto. Indossa gilet e camicia a quadri e sembra un ranger. “Questo paesino è molto ecologico”, spiega con orgoglio. “Per esempio, l’energia elettrica pubblica è a pannelli solari. E guardi quella palazzina: vendono miele biologico che esportano perfino in Giappone”.

Non è soltanto di Sennariolo, l’attenzione per l’ambiente. L’intera zona si muove tra difesa del passato e tutela del proprio patrimonio. Da cinquant’anni, quest’area geografica è una sorta di laboratorio per i progetti di sviluppo locale, alcuni dei quali pioneristici come il Progetto Sardegna, promosso dalla Oece alla fine degli anni Cinquanta: un’equipe di esperti andava nei paesi per insegnare agli abitanti a valorizzare le risorse del posto, e a renderle “qualitativamente competitive”. È grazie a quei progetti che ha preso piede l’idea di sviluppare un’economia alternativa a quella dei poli industriali. Due prodotti tipici sono diventati tra i primi presidi slow food in Italia. Uno è il Bue Rosso, i buoi sardo-modicani da cui si ricava la carne di manzo migliore (e più cara) della Sardegna. L’altro è il casizolu, il formaggio a pera di questa zona.

Poi, c’è stata quell’iniziativa dell’albergo diffuso. “Abbiamo lanciato l’idea per ripopolare le case abbandonate”, spiega Tore Polo, direttore tecnico dei Gruppi di Azione Locale che gestiscono una parte dei fondi pubblici nelle zone interne. “Risultato: nella sola Santu Lussurgiu ne sono sorti tre. È il primo paese in Italia per numero di alberghi diffusi in proporzione al numero degli abitanti”. Santu Lussurgiu è il fiore all’occhiello, nel Montiferru. Ha un centro storico rimesso a nuovo, con case in pietra o colorate e lampioncini in ferro. E poi gli alberghi, appunto. Il più famoso si chiama Antica Dimora del Gruccione, la proprietaria Gabriella Belloni è una signora raffinata con la passione della natura e “un grande amore per il passato”. È nata a Roma dove si è laureata in filosofia e ha lavorato come ricercatrice presso l’Università di Monaco di Baviera e l’Istituto di Ricerca di Wolfenbutten prima di trasferirsi nel paese di sua madre e trasformare la casa di famiglia in un hotel pieno di charme che gestisce con la figlia Lucilla: grandi sale con mobili d’epoca e pavimenti in cementina decorata, cucine antiche mischiate con arredi moderni. Un agnellino ci accoglie all’entrata, si chiama Shoten: in giapponese, “Protetto”. “Sono una dei tanti “ecosardi” di questa zona”, scherza Gabriella Belloni. “E cioè tutti coloro che vivono qui e hanno a cuore la difesa dell’ambiente nel senso più ampio”.

Anche a Santu Lussurgiu vivono molti stranieri: artisti come i pittori James Leggat e Duncan Swann, rispettivamente scozzese e inglese e la traduttrice e scrittrice per ragazzi Angela Ragusa con il marito Bill Woolf, ex professore d’arte in una università americana a Firenze e oggi videomaker. La loro casa è una palazzina arancione di quattro piani in cui si sono trasferiti da qualche anno. Angela, per dire, ha tradotto i romanzi per adolescenti di Joyce Carol Oats e una parte del quinto romanzo di Harry Potter. “All’inizio abitavamo in una casa piccola e facevano avanti e indietro, ma dato che questo posto ci piaceva moltissimo abbiamo deciso di comprare una casa più grande e trasferirci”. Paesaggi morbidi, attraversati da muretti a secco, circondano Santu Lussurgiu e gli altri paesi. Distese di olivastri si alternano a prati in cui pascolano cavalli e i grandi buoi rossicci. Più in là, sul litorale, il mare verde-azzurro di Santa Caterina, piccola baia chiusa tra scogliere di roccia levigata. È per i paesaggi che sei venuto qui, Michael? “Per il silenzio, sono venuto per il silenzio”. Non solo è magro, Michael, è quasi ascetico. Capelli candidi e limpidi occhi verdi che ne raccontano l’anima. Ha un’anima piuttosto bella, il sessantenne irlandese, a giudicare da quegli occhi, ma è un’anima inusuale. “Ho scelto questo posto perché la mia vita ruota intorno allo yoga-meditazione e il silenzio che c’è qui è perfetto”. Quando è arrivato a Sennariolo, la casa era una stalla con dentro un asino, ma Michel l’ha trasformata in una casa vera con travi sul soffitto e pareti gialle. Sul tavolo della cucina ci sono vaschette d’erba di grano e segale che ogni mattina spreme per ricavarne il succo per la colazione. È rigorosamente vegetariano e, se non c’è troppo freddo, va in giro scalzo per il paese. “Aspiro all’autosufficienza”, spiega indicando il suo giardino-orto in cui, in mezzo all’erba, spiccano due lastre in pietra disposte perpendicolarmente. “È la mia tomba”, spiega guardandoti con quegli occhi limpidi.

In ogni caso, si trova a Cuglieri (2.900 abitanti, il paese più popolato del Montiferru) la più grande comunità di stranieri.Più di 40 case sono state acquistate da famiglie francesi, e i transfughi continuano ad arrivare. Ci sono anche svedesi, tedeschi. Nel ristorante che porta il nome delle tre sorelle Desogos, famoso in tutta la Sardegna per la cacciagione, il giovane sindaco spiega davanti a un mirto: “Non abbiamo fatto niente per attirarli qui. Sono arrivati i primi e ne hanno parlato ad altri finché Cuglieri è finita sulle riviste di francesi e svedesi”. Gli stranieri che abitano in questo paese sono architetti, artisti e medici. C’è una fotografa la cui casa ha un tetto piatto e grandi lucernai, ma è sempre in giro per il mondo. Un’architetto di Parigi che si chiama Sylvie e un’altra Sylvie di Cannes. Un francese (neurologo famoso, ci dicono) che ha comprato una palazzina gigantesca con la piscina cammuffata dietro i muri rosa. Un’insegnante di yoga che Pina Desogos vede, dal ristorante, fare il saluto al sole sulla terrazza. E c’è la coppia di Gotland, Cenita e Tomas, con una figlia tredicenne che parla il sardo. Sono finiti, anche loro, sulla copertina di una rivista svedese. Hanno acquistato quattro case e stanno ristrutturando l’ultima, affacciata su una strada a saliscendi nella parte alta del paese, vicino al cimitero. “Soltanto gli stranieri hanno il coraggio di venire a vivere vicino al camposanto”, commenta Pina, ma ha torto perché il quartiere è bellissimo, con le stradine che si inerpicano fino alla basilica e, davanti a questa, la scalinata coperta di muschio e la corona di colline intorno.

“Ci piace comprare case e restaurarle”, spiega Cenita, una bellezza quarantenne dagli occhi azzurri che intercettiamo mentre sistema la sua nuova casa. Molti stranieri hanno comprato un pezzo di terra che lavorano da soli, e qualcuno ha realizzato orti sinergici. Nel ristorante del Gruccione i piatti sono a base di prodotti locali (il cuoco ha 29 anni e fa miracoli, con il cibo), e la parola ecosostenibile ricorre parecchio. Per esempio, è ecosostenibile una delle sei case dell’albergo diffuso Las Benas: il proprietario Antonio Diego Are, flautista e musicologo, ha ristrutturato le palazzine che lo compongono “in un’ottica di restauro conservativo” (molta lavagna, molta pietra). È un personaggio eclettico: ha organizzato per anni seminari di musica antica con musicisti che arrivavano da tutto il mondo, e di recente è diventato anche agricoltore.

Non è per gli alberghi che gli stranieri hanno comprato casa nel Montiferru, né per quel manzo rosso: quelle attività hanno creato un indotto. Quasi tutti i paesi sono cablati, per dirne una. Sono nati servizi da asporto e macellerie. In quella di Matteo Piras, nel centro di Santu Lussurgiu, si vende carne solo sarda, e ci vanno a comprare da tutta la Sardegna. Per il resto, il Montiferru è una vera fucina. Nel paesino di Scano Montiferru funziona dal 2000 il Miit, Montiferru Institute of Informatics and Technology, struttura decentrata del Politecnico di Torino. E da sei anni il Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali diretto da Benedetto Meloni, ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, tiene una Summer School a Seneghe sullo sviluppo locale. Anche Seneghe è, a suo modo, un paesino modello. Vi si produce un olio pregiato, che ha vinto premi nazionali. Lo scrittore Herman Koch lo ha citato nel romanzo La cena (Neri Pozza). Ha il solito centro storico in pietra e qualche straniero è andato a vivere anche lì. Una signora norvegese, addirittura, ci ha aperto un bed and breakfast.

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